#DAILYINTERVISTE: FEDERICO RIPANI ED IL MONDO DEL SITTING VOLLEY

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Abbiamo sempre detto di voler parlare di volley a 360° e fin quando possiamo, ci proviamo. Qualche volta di buttiamo sul beach, qualche altra sui tornei per ragazzi. Oggi vogliamo parlare di una disciplina ancor poco conosciuta nel nostro territorio nazionale. Saranno però sicuramente fondamentali, per questo passo in avanti, il via al primo Campionato (maschile e femminile) di categoria che partirà proprioin questi giorni e la presenza delle due rappresentative Nazionali agli Europei di Porec, in programma dal 6 all’11 novembre 2017.

Qui vi ricordiamo un po’ come si gioca a sitting 😉 e qui invece trovate il calendario del campionato di categoria che parte oggi!

Non so se avete capito o meno, ma stiamo parlando del SITTING VOLLEY e come potevamo farlo al meglio se non intervistando proprio una persona che questo sport lo vive? È per questo che abbiamo contatto Federico Ripani, un giovane ragazzo di 27, neo laureato in igiene dentale e quindi “per il dopo il lavoro c’è tranquillamente” come ha scherzato durante l’intervista. Federico ne aveva provati tanti di sport nella sua vita, ma la pallavolo proprio mai, per questo nonostante fisicamente si destreggi bene nel campo del Sitting, con i fondamentali, palleggio su tutti, qualche problemino ancora insorge.

Tutto nella norma, dopo tanti anni di gioco il mio palleggio è ancora una continua doppia, tranquillo hai tempo di migliorare!

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Scherzi a parte, quella con Federico è stata una lunga e piacevole chiacchierata che apre davvero gli occhi ad un mondo che purtroppo ancora si conosce poco, ma che veramente può cambiare la vita delle persone, come lui stesso ci ha riportato attraverso i racconti sentiti nei vari spogliatoi dove persone diverse, con diverse storie, con diverse disabilità si trovano ad uscire dal loro guscio, provando a superare ostacoli che talvolta sembrano insuperabili.

Raccontaci qualcosa di te!

Mi sto per laureare, in igiene dentale, per il dopo il lavoro c’è tranquillamente (ride). (ndr. si è già laureato, l’intervista è avvenuta prima)

Come ti sei avvicinato al mondo del Sitting Volley?

Mi sono avvicinato al mondo del sitting volley grazie ad un mio caro amico, ex giocatore, che era stato contattato per entrare nella squadra nazionale. Conoscendomi, poichè c’era bisogno di far conoscere il sitting, ha chiesto se voleva vedere anche me giocare. Abbiamo fatto un allenamento con la femminile, ed è iniziato tutto da lì.

Dopo quanto tempo è arrivata la chiamata in Nazionale?

Essendo il sitting poco conosciuto io ho fatto il mio primo allenamento con la squadra nazionale femminile. La convocazione è stata immediata, adesso stiamo cercando di mettere su una squadra qui a Fermo. Ci siamo io ed altri due ragazzi amputati, quindi un minimo di giocatori amputati c’è. Volevamo proprio trovare una società per creare una squadra di sitting, perchè nelle Marche non c’è nessuno.

Che emozione suscita in te vestire la maglia azzurra?

A primo impatto non ho sentito subito l’emozione. Facevamo allenamenti vari, quando siamo arrivati a Barendorf all’Europeo, allora sì. Con tutte le nazioni divise per colori, con le bandiere, gli inni. Lì è stato molto emozionante.

WhatsApp Image 2017-05-06 at 13.55.26Quanto uno sport paralimpico può essere di giovamento a livello sia fisico che mentale?

Nel mio caso, dopo l’incidente, ho provato a fare altri sport prima del sitting. Ho provato a fare pugilato, che praticavo anche prima, ho provato qualche partitella di calcetto per vedere se riuscivo, ho provato l’atletica, ma comunque ti devi abituare al fatto che non è mai come prima. Col sitting volley ho visto invece che qualcuno è riuscito ad uscire di casa. Non è il mio caso, ma molte persone lo hanno fatto. C’è stato chi non si riusciva a togliere la protesi davanti alla famiglia. Col sitting volley invece, davanti al grande pubblico, sono riusciti a toglierla, a mettersi in campo. La prima volta è stato un po’ difficoltoso, ma piano piano si va incontro al miglioramento.

C’è chi, grazie al sitting, essendo ex giocatori di pallavolo, anche con bambini, è riuscito a giocare con i propri figli, a realizzare quindi il proprio sogno. Per me è stato semplice sin da subito mostrare la protesi, in alcuni casi invece il sitting è riuscito a liberare le persone da un peso enorme. A me è stato d’aiuto per conoscere diverse esperienze. La prima volta che sono entrato in uno spogliatoio, pieno di persone con la loro singola storia, sono rimasto impressionato. Tutte ferite diverse, tutte storie diverse. Siamo soli, ma ci unisce questo.

Dal punto di vista sportivo, hai qualche consiglio per chi si trova nella tua situazione?

Io consiglio di vivere, di provare tutto. Ho visto, sia nel mettere la protesi che nell’atto di camminare, che a me è venuto tutto semplice, perchè non vedevo l’ora. Ho voluto fare fisioterapia, chiudere le ferite, le operazioni e tutto il resto. Appena ho visto la protesi ho detto “deve essere mia”. Nella mia stessa palestra invece ci sono persone che non volevano metterla, che avevano problemi, gli faceva male. Sì, può fare male, ma bisogna abituarsi, prenderla alla leggera. Ricordo un signore, di 77 anni, entrambe le gambe amputate, era stanchissimo, ma non si fermava un secondo. Era molto più complicato, per esempio, rispetto alla mia amputazione. Entrambe le gambe è dura.

Io riesco a fare tutto quello che facevo, sono tornato a giocare a tennis: non ero bravo prima e non lo sono adesso (ride), però riesco a fare tutto. Non ci sono più le protesi di legno come un tempo, quindi riesci a fare tutto.

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Iniziare un’attività sportiva di questo genere quindi può aiutare?

Aiuta parecchio perchè, in un attività per disabili, incontri altre persone. Un amputato, può sembrare una cavolata, ma non sa come funziona guidare la macchina. Cioè, io non ho nessun tipo di adattamento in questo senso. Non sa come funziona con l’INAIL, con l’INPS. In queste situazioni conosci persone, anche più grandi, che ti possono dare una mano. Quello che mi è piaciuto del sitting volley è che le persone che sono lì non hanno avuto una svolta, ma hanno voluto continuare a vivere. Entrare in un’attività del genere è incontrare gente che ha voglia di fare. La frase principale è “ragazzi gambe in spalla e andiamo”. L’unico che è amputato al braccio, magari gli diamo la mano. Ci scherziamo su, ed è un grande passo. Tante volte i miei amici mi dicono “Fede sei assurdo”. Anche gli altri non sanno come comportarsi, persino io mi sono trovato in imbarazzo a chiedere che cosa gli fosse successo. Stando dall’altra parte mi sono detto che invece aiuta ad integrarsi, per capire che hai un problema ma puoi far tutto. Tutti lavorano, alcuni sciano, fanno tutto. Si può continuare a vivere senza pensare che ti manca qualcosa.

Ringraziamo sentitamente Federico per averci concesso questa intervista e gli auguriamo un grosso in bocca al lupo per le sue future avventure 😉

di Charline Bottacchiari

Foto tratte dal profilo IG di Federico Ripani

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