LAVORI DI MENTE: ANDREA ZAVAGLIA CI RACCONTA IL SUO CAMMINO DA MENTAL COACH

Ph. Yuri Vazzola

by Francesca Lupoli

Oggi vi propongo un’intervista davvero molto interessante. Leggerete le parole di Andrea Zavaglia, mental coach accreditato, che mi ha gentilmente concesso un po’ del suo tempo per fare questa chiacchierata. Andrea lavora con Ekis, una società specializzata in coaching, che organizza corsi e seminari di motivazione, leadership..

So che sembrerà assurdo quello che sto per dire. Non chiedetevi se sono pazza perché la risposta, per altri motivi differenti da questo, è sì (non siate troppo vipere, mi raccomando), ma durante questa intervista con Andrea ho avuto delle belle sensazioni che non sono in grado di trasmettere in toto. La mia impressione è stata da subito quella di parlare con una persona energica, grintosa, estremamente concentrata e dedita al suo lavoro: ha messo addosso tutta la sua voglia di fare persino a me! Soffermatevi con attenzione sulle sue parole.

Che siate tifosi, atleti in erba o addetti al settore non importa, ne trarrete tutti lo stesso enorme beneficio che ne ho tratto io, ne sono certa!

Per iniziare la nostra chiacchierata in maniera leggera, ti va di raccontarmi qualcosa su quando hai pensato di cominciare il tuo lavoro di mental coach?

Credo di essere sempre stato un coach, sin da bambino, però fino a 34 anni non sapevo che esistesse questo mestiere.. Ci sono capitato un po’ tardi, mettiamola così.

Meglio tardi che mai! Informandomi, per quanto possibile, sulla tua biografia, ho scoperto che sei anche un atleta. Pensi che questa cosa ti abbia in qualche misura indotto a percorrere la strada del mental coaching?

Assolutamente! Io ero un allenatore di triathlon ed ho iniziato a fare il mental coach perché ero in cerca di qualcosa di più per aiutare un atleta professionista con cui lavoravo. Mi sono messo alla ricerca di qualcosa e l’ho trovato senza aspettarmi in realtà di diventare un mental coach. È stata una cosa cercata nel senso che mi aspettavo di trovare solo qualche nozione in più, di fare magari un corso di formazione di qualche giorno.. Poi ho saputo del master in coaching ed ho capito che la mia missione nella vita era proprio quella di fare questo tipo di lavoro. Quindi GRAZIE ALLO SPORT!

Quanto la tua figura può aiutare uno sportivo che abbia problemi nel tuo campo professionale?

Secondo me, ci sono sport e sport. Esistono sport nei quali impari sin da piccolo a sacrificarti, ad allenarti duramente. Impari il valore del riposo, dello stretching, l’importanza del lavoro fisico e d’impegno. Ci sono altri sport dove lo impari meno: magari ti scontri con queste cose quando sei adulto, e capisci che per reggere certi ritmi devi anche lavorare sul tuo fisico in maniera più professionale, invece che come hai sempre fatto. Sicuramente il primo tipo di atleta è più propenso al sacrificio e sarà più abile dal punto di vista mentale, anche nell’applicare le strategie che imparerà grazie a me.

Per far capire ai lettori in cosa consiste praticamente il tuo lavoro, cosa fai quando uno sportivo si rivolge a te per avere il tuo aiuto? Cosa fate insieme?

Innanzitutto la prima cosa da fare è ascoltare la persona. Non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi, col cuore, perché devi riuscire a capire quella persona anche osservando il linguaggio non verbale e captando le emozioni che prova raccontandoti la sua storia. Questo è importante perché le parole non bastano: per quanto possano esserci dei punti in comune, ciascun atleta ha una sua storia, la sua specifica esigenza e le sue motivazioni per essere ansioso. La prima cosa dunque è assolutamente ascoltarlo, per fare in modo di proporgli poi qualcosa che sia davvero personalizzato. La seconda cosa da fare è provare ad aiutarlo a mettere in atto delle strategie “furbe” per raggiungere ciò che vuole, poiché non è quasi mai così complicato come sembra arrivare all’obiettivo.

Oggi in generale viviamo in una società che tende ad esagerare, a dare etichette, ad aggravare cose. Mi spiego: tu hai un momento di agitazione? Hai l’ansia. Dopo l’ansia hai l’attacco di panico. Non è dimostrato che tu magari lo abbia davvero, ma inizi a pensare di averlo, di non riuscire a gestire certe cose.. Questo vale che tu sia uno sportivo o meno! A volte è davvero così, si soffre di ansia o stress, altre volte è il risultato di una tendenza ad esagerare troppo.

Dunque una delle cose che faccio con gli atleti è far capire loro che certe situazioni sono normali. Ad esempio ultimamente sto lavorando con una ragazza che gioca a volley, che mi ha parlato dei suoi stati d’ansia, del timore che ha di entrare in campo. Il punto di partenza deve essere quello di comprendere che quella che noi chiamiamo ansia è la gran parte delle volte emozione, un po’ di sana agitazione perché stai per fare quello che ti piace. Va bene che si sia agitati, perché l’agitazione è positiva e bisogna imparare a trasformarla in carica emotiva, forza, resistenza, per fare una bella gara.

Noi come sai ci occupiamo di volley. Essendo uno sport di squadra c’è bisogno di avere ovviamente fiducia in se stessi, ma anche un buon rapporto con i compagni. Ti è mai successo di seguire qualche sportivo che avesse una grande mancanza di fiducia in se stesso e nel suo team?

L’ideale, nel mio lavoro, è lavorare con le squadre, poiché secondo me nel 50% delle situazioni la soluzione ai problemi avviene grazie ad una buona comunicazione e ad una migliore capacità di confrontarsi, senza paura e senza vergogna, all’interno del team. Dirsi quali sono i problemi, farlo in modo proficuo ed intelligente. Bisogna lavorare con l’allenatore, con la squadra, per creare la coesione che serve per vincere tutte le sfide.

All’interno del team è poi ovvio che ci possano essere degli elementi che hanno più bisogno di un mental coach rispetto agli altri. Parlandoci chiaramente: non tutti gli sportivi hanno necessariamente bisogno di un mental coach. Fa bene a tutti, sicuramente, però alcuni sono già magari pronti a livello mentale. Tutti possiamo averne bisogno, ma spesso in uno specifico momento, senza che si ripresentino le stesse necessità per anni.

L’obiettivo di un bravo mental coach è quello di rendere indipendente il suo cliente: ti do gli strumenti per affrontare le situazioni nel modo più corretto. È naturale che se ci fosse bisogno di una “revisione”, per vari motivi, si può fare tranquillamente.

So che hai da poco lanciato un sito tutto tuo. C’è qualche progetto in cantiere che stai organizzando? Qualche corso, convegno, ecc.?

Si è appena concluso un corso dal nome “l’attimo vincente”, rivolto agli sportivi, che non avevano possibilità di lavorare col proprio team oppure erano atleti individuali, che sono venuti per capire come funziona il mio lavoro. Il progetto in ballo è fare in modo che questo corso diventi ufficiale, con una serie di incontri che si svolgeranno, possibilmente, non solo a Milano.

Un altro obiettivo che ho è sicuramente quello di prendermi del tempo, alla fine dell’anno, per terminare di scrivere il mio libro nel cassetto, che ha come argomento il coaching ma trattato in modo più originale rispetto agli altri testi che ci sono già in giro.

Adesso c’è una mia piccola curiosità personale: tra tutti gli sportivi che hai assistito, qual è stato il problema più comune che ti hanno chiesto di risolvere?

Nel mondo dello sport la cosa che capita più spesso è vedere un atleta che in allenamento rende bene e quando arriva in gara, per un motivo o per l’altro, non rimane su quegli standard. Come dicevamo un po’ prima è importante quindi imparare a gestire i propri stati d’animo rendendoli proficui per la competizione. Bisogna poi che gli atleti siano convinti di essere in grado di ottenere il risultato che ci si è prefissi. È necessario avere la consapevolezza dei propri mezzi: ci sono molti sportivi che non credono in loro stessi, anche come persone. A volte si trovano a fare una cosa perché credono di non avere un’altra scelta, affrontano le cose con rassegnazione.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Ho un messaggio che per me è importante: i risultati migliori che ho ottenuto, a medio o lungo termine, sono arrivati sicuramente quando ho avuto la fortuna di lavorare con gli allenatori, sia che si tratti di gruppi di allenatori da formare o di coach che vogliono migliorare la collaborazione con gli atleti. Quando gli allenatori vengono formati c’è allineamento di obiettivi, di modalità di comunicazione, che aiutano tutto il team. L’obiettivo che raggiungono è sempre quello di avere una notevole crescita di collaborazione tra i componenti della squadra.

Quando c’è la volontà del coach tutto si fa più semplice, il mio lavoro diventa un doping sano che è assolutamente solo potenziante, proprio perché c’è il coinvolgimento di tutto il team. Se un atleta lavora con me, ma nella squadra non c’è collaborazione, potrà ottenere risultati personali (in una scala da 1 a 10) che arrivino all’8, ma per fare quello scatto in più c’è bisogno che tutto il team abbia la voglia di comunicare e di aiutarsi.

Che dire di più? Non penso ci sia nulla da aggiungere. Ancora un grazie sentito ad Andrea Zavaglia ed in bocca al lupo per il futuro da tutta la redazione di Dailyvolley.com!

Qui potete trovare il suo sito, per contattarlo direttamente o anche solo per cercare qualche info

http://www.andreamentalcoach.it/

https://www.facebook.com/attimovincente/?ref=ts&fref=ts

 

 

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